20_0_20 – irresponsabili_surrealità
Vivo e lavoro tra Biella e Torino da più di vent’anni. Due città che si guardano senza toccarsi, due ritmi che si sfiorano come due linee di un intreccio. Nel 2017, in quell’intervallo di strade e treni, ho sentito qualcosa cambiare. Non un evento, non una notizia: un tremore. Una crepa sottile nel modo in cui il mondo respirava.
Lavoro principalmente con la tecnica dell’intreccio di materiali e fotografie. L’intreccio era nato quasi per caso nel 2014, intrecciando planisferi con PVC: la Terra che si scomponeva, si gonfiava, cambiava confini come un animale inquieto. Da quel gesto è nato tutto. L’intreccio è diventato la mia lingua madre: un modo per dire ciò che non si lascia dire, per mostrare ciò che non si lascia mostrare.
L’ho portato sui corpi, sulle identità, sul genere, sull’erotismo, su esperienze di viaggio, in lavori collettivi di riqualificazione urbana. Ogni volta l’immagine si apriva come un tessuto che rivela la sua trama segreta. Ogni volta capivo che l’intreccio non rappresenta: rivela la tensione interna delle cose.
Poi, nel 2017, è arrivata l’intuizione. Se il mondo si stava disgregando, se i confini si muovevano come sabbia, se la realtà perdeva consistenza, allora dovevo guardare i volti di chi quel mondo lo stava guidando.
Non è stata una scelta politica. È stata una necessità.
Ho iniziato a intrecciare i loro volti. E mentre lo facevo, sentivo che quel gesto era un rito: un atto poetico, un atto meditativo, un atto di resistenza. La musica, sempre pianoforte, mi teneva in equilibrio. Le mani seguivano un ritmo che accompagnava il lavoro, come quando performo: presente, concentrato, vulnerabile, dentro un gesto che non è mai solo tecnico.
Ogni volto diventava un paesaggio. Ogni volto diventava un sintomo.
Trump
Nel suo volto l’intreccio non deforma: esplode. Le linee si gonfiano come vene in tensione, si contraddicono, si ribellano alla forma. L’onda nera che attraversa la parte superiore è un’onda che non sa più dove andare, un’energia che si frantuma mentre avanza. Un ritratto che non cerca equilibrio, perché l’equilibrio non gli appartiene. Perdita di senso della realtà, sostituita dalle “narrazioni”, dalle distrazioni di massa: una follia che accomuna tutti i personaggi.
Benjamin Netanyahu
Il volto resta immobile, quasi pietrificato. È l’intreccio a muoversi sopra di lui, disegnando forme che ricordano simboli del passato, ma invertiti, speculari, bianchi. Un modo per parlare di memoria, di ciò che ritorna quando non viene elaborata; annientato dalla logica del “giusto” che perde umanità, fino a far spazio all’annientamento di un popolo. La conferma che la storia non insegna nulla, che la violenza subita diventa vendetta cieca, inutile e controproducente.
Xi Jinping
Qui l’intreccio diventa disciplina. Una progressione costante, matematica, inesorabile. I tasselli avanzano come un ordine che non ammette deviazioni, come una struttura che cresce senza lasciare spazio all’imprevisto. L’onda nera non si spezza: procede. Silenziosa, geometrica, inevitabile.
Putin
Un volto che sembra emergere da un’altra epoca, come se il tempo avesse deciso di piegarsi su se stesso. L’intreccio sposta la luce di pochi millimetri, ma basta per far affiorare un’inquietudine antica. Lo stile è una citazione del pittore russo dell’Ottocento Ivan Kramskoj: dallo sfondo nero spunta un Putin distorto, con caratteristiche demoniache. Un ritratto che non guarda: scruta.
Kim Jong-un
Un intreccio infantile, quasi giocoso, ma nel gioco la forma si deforma. La faccia si arrotonda, gli occhi si stringono, come se il potere fosse un travestimento, una maschera che non riesce più a contenere il proprio teatro. Un teatro non di quinte e rappresentazioni, ma il rischio continuo di un teatro di guerra, sciocco e sconsiderato.
Macron
Due immagini speculari intrecciate. Un volto che guarda a destra e a sinistra nello stesso istante. Una doppia direzione, una doppia attesa, un equilibrio che non trova mai un punto fermo. Simbolicamente, la rappresentazione della situazione europea in generale. Un ritratto che vive nella tensione.
Salvini
L’intreccio disegna una forma che richiama derive già viste nella storia. L’intreccio non intacca il volto, non lo scompone: le strisce fotografiche ne disegnano una svastica. Non è un’accusa, non è un giudizio: è un segnale. La percezione di una deriva a destra senza storia, una destra estetica più che ideologica, sganciata dal contemporaneo, che si guarda solo indietro senza procedere. Una linea che si ripete, e quando una linea si ripete, non è mai innocua.
Angela Merkel
Qui l’intreccio non regge. Si interrompe, cede, collassa. Come un motore che perde colpi, come una struttura che non riesce più a sostenere il peso che ha portato per anni. Un ritratto che racconta la fine di un ciclo: la fine di un’idea di Europa unita che crolla economicamente. La Germania ne ha sempre rappresentato il motore, e il suo cedimento evidenzia un continente in costante declino di influenza geopolitica.
Bashar al-Assad
Due immagini: una dritta, una capovolta. L’intreccio crea una texture che ricorda un tappeto orientale, un motivo che si ripete, un ciclo che non si spezza. Un volto che non è mai uno solo, perché la realtà non è mai una sola. Il cambiamento di uno dei molti stati mediorientali, in bilico tra il cedere all’ipercapitalismo e l’abbandono dell’identità storica a un prezzo quantificabile.
Mi limito a citare questi capi di stato più o meno autocratici, sicuramente rappresentativi, ma il lavoro è proseguito, inseguendo senza distinzioni ideologiche questa disfatta umana.
Nel 2019 ho portato questo lavoro a Torino, a Fo.To. – Fotografi a Torino, la settimana internazionale della fotografia. Era la sezione Ph Memories. Ricordo l’aria: densa, sospesa, come se il mondo stesse trattenendo il fiato. Le opere sembravano parlare di qualcosa che non avevamo ancora il coraggio di nominare.
Ma 20_0_20 non era solo questo. Era un progetto in tre movimenti, come una sinfonia stonata.
1. 20_O_20 irresponsabili_surrealità – archiviare il presente
Il potere che si deforma. La percezione del mondo filtrata dai volti che lo governano. La distorsione come sintomo. Il ritratto come specchio incrinato di un’epoca.
2. 20_O_20 irresponsabili_surrealità – malattienonstudiate
Il corpo come campo di battaglia. Sagome di volti realizzati intagliando lastre di plexiglas, attraversate da terapie, inquinamenti, alimentazioni tossiche. Il corpo che precipita dicendo “fino a qui tutto bene”. Un archivio di fragilità contemporanee: la biopolitica che si insinua nella carne, la malattia come paesaggio, la cura come gesto disperato. Un lavoro che non denuncia: constata.
3. 20_O_20 irresponsabili_surrealità – aumano
La natura come giudice silenzioso. Paesaggi di montagne scelte casualmente che si intrecciano specularmente e si dissolvono, crollano, creano spaesamento, visioni distorte, per sottrarsi alla presunzione di interpretare il mondo naturale solo dal punto di vista “umano”. L’ecocidio come orizzonte, la Terra che continua a esistere senza di noi. Un intreccio che non vuole spiegare, ma ricordare che l’uomo è un ospite, non il protagonista.
Potere, corpo, natura. Caduta, distorsione, estinzione. Tre modi per dire che il mondo stava cambiando pelle.
Dal 2019 ho smesso di esporre in circuiti tradizionali, gallerie, mostre. Il mio percorso era in piena espansione: mostre personali in Italia e all’estero, una crescente attenzione da parte della stampa specializzata, collaborazioni importanti. Era un momento in cui tutto sembrava aprirsi. Ed è proprio lì che ho sentito il bisogno di fermarmi.
Ho capito che l’arte non era più uno strumento di coscienza, che il collezionismo stava diventando un algoritmo, che il sistema dell’arte viveva la stessa crisi che avevo intrecciato nei miei lavori. La cultura, per come veniva concepita e divulgata, non serviva più. Il “sistema arte” era diventato una casa che crollava. Ho preferito allontanarmi prima del crollo, ritrovare un senso di libertà, anche espressiva.
E allora ho scelto il silenzio. L’assenza. Il vuoto come gesto politico. Il vuoto come gesto poetico. Il vuoto come gesto necessario.
Percorro i margini, continuo a performare con Stalker Teatro e a lavorare in contesti partecipati, dove i referenti sono le persone, non i proclami.
Oggi, riguardando quei lavori, la parola che mi viene è anticipazione. O forse visione. Perché l’arte, quando funziona, non descrive il presente: lo precede. E quando il mondo precipita, l’arte non consola: avverte.
Quando ho smesso di esporre ho provato molte cose: sollievo, dolore, libertà, rabbia, silenzio. Una combinazione di tutto. Come sempre.
E forse è proprio questo che resta: che l’arte non serve a capire il mondo, ma a vedere ciò che sta arrivando. E a volte, vedere è già resistere.








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