
Di tutte le forme d’Arte – quella di vivere – indubbiamente, comporta una grande responsabilità. Nei confronti di sé stessi e, parimenti, del prossimo. Abbiamo, o “meglio” subiamo, quotidianamente, una quantità notevole e per certi versi smisurata di pressioni. Da noi stessi, dalla famiglia, dall’ambiente del lavoro ed ultimo ma rilevante: dalle persone inconcludenti. Prime, ad additare, se un “qualcosa” non è fatto ad arte. L’esercizio, per rimanere in centratura nel bailamme opprimente, certo non risulta facile. Impegnandoci al massimo o, comunque, cercando di fare il possibile e “l’impossibile” per essere inappuntabili. Soprattutto da sé stessi. Non è semplice. Tutt’altro. Riuscire ad arrivare a sera, senza il “fiato corto”, diventa una lotta: con l’invisibile. Certo, una buona dose di menefreghismo – sempre lo sia abbia a corredo di DNA – aiuterebbe.

All’ingresso della XV^ “Diavoli Neri” del V° Battaglione “El Alamein” – dove svolsi il servizio militare – troneggiava: “A ciascuno il suo”. Certo, a diciannove anni, per quanto una persona possa essere sveglia ed affilata, può comprenderne il significato. Non appieno, però.
Il processo di affinamento quotidiano – pari alle pressioni di cui sopra – compirà il “miracolo”. Deposito, sedimentazione, tracimazione. Questo percorso quotidiano chiamato vita, ed i suoi molteplici scenari tout court, ci conduce a riflessioni. Belle e, non. Profonde e superficiali. Esaltanti ed avvilenti. Ed è questo turbinio senza fine a condurci “all’Arte di Vivere”.
Certo, non senza pagarne un prezzo che – dicendo tutto e nulla – è, comunque, caro. La depressione che, da sempre – la prima volta mi fu diagnosticata in età prescolare – associo ad una donna seducente; non si palesa all’improvviso. Ella, non si fa scorgere. Non si scopre. Ammicca. Insinuandosi nelle nadi cerebrali. Facendo occhiolino ai ventricoli. E, pian piano, prima ancora che te ne accorga, lei: è lì. Ce l’hai in circolo. Quasi, come una sorta di “propellente” vascolare.
Sì, combatti. Ma non è sempre facile. Anzi. Perché – conoscendo il tuo nemico – lo contrasti. Cerchi di sconfiggerlo. Giocoforza però, chissà perché, lui vince: sempre. Una mente incline alla depressione – personalmente (senza insegnare nulla a nessuno; semplice e diretta esperienza epidermica) trovo che ragioni, parecchio, fuori dagli schemi. Tanto i preconcetti, quanto quelli di retaggio. Sorride, dove un buon novantacinque per cento: si irrigidisce. Si commuove dove – in medesima percentuale – gli altri restano insensibili. Diventando, financo iraconda, quando gli impegni presi e la parola spesa, non vengono onorati. Sino a ridurre le zone – prefrontale e corpo calloso – del cranio: un campo d’addestramenti circense.
Perché? Perché (repetita iuvant) me lo domando, giusto “qualche volta al dì” pure io (?). Il tratto respiratorio fatica. Si fa debole. Alterna, flebili respiri a iperventilazioni tachicardiche. E tutto ciò per chi; cosa? Quando, lì fuori, c’è un modo ipnotizzato (!). Tutt’altro che facile eh, fronteggiare il tutto. Però dai, la volontà c’è sempre. È lo stimolo a scalzarsi dal fosso a venir meno. Nonostante si sia contornati da affetti – chi più chi meno – che ci stimolano, amandoci e volendo il meglio per noi.
Mal di testa, scarsità di luce e freddo, certo, non sono alleati. Essì che, vedendoci spesso sorridenti, al prossimo, pare quasi impossibile si abbiano momenti di “flessione”. La cura più efficace in assoluto; almeno per me? Deserto. In solitaria.
Ad ogni buon conto: ad maiora semper.
Pollone, VIII / I / MMXXV
Roberto Dorigo









