25 marzo 421 A.D. ricorrenza simbolica della fondazione di Venezia
Quando trattate con un Veneziano, sarebbe buona regola ricordare che, sfuggendo ad Attila e la sua orda, a visigoti, unni e longobardi, il suo sangue, discende da antenati, i quali, hanno fondato – dandole origine – una città palificata in e su una laguna.
Colonizzando i lidi, i fuggitivi esuli con osservanza di quanto acquisito dai loro avi e praticità empirica di realizzo, usando: larice, olmo, faggio e pietra istriana; costituirono i basamenti sui quali iniziarono a edificare case e palazzi. Una delle pochissime città palificata al mondo.
Alcuni cenni storici
La data simbolica di fondazione, secondo fondi storiche parrocchiali, è da ritenersi il 25 marzo del 421 A. D.
Nel 697, unificando le varie isole, sotto il Doge (dal latino Dux: guida comandante) – le fonti storiche riconoscono Paoluccio Anafesto quale primo salito in carica – diedero vita alla Serenissima. Repubblica stabile e in piena via di sviluppo. Il Doge, secondo una leggenda trapassata di generazione in generazione (senza comprovata attestazione documentale), se non avessi pagato le tasse, avrebbe avuto l’autorità per farti decurtare il cognome dell’ultima vocale. Tra le principali funzioni a egli accreditate invece, spicca quella di capo della Chiesa di San Marco.
Il 31 gennaio 828, dei commercianti veneziani di rientro dalle loro tratte, portarono le spoglie – provenienti dall’Egitto – di San Marco evangelista. Simboleggiato, ancora oggi, dal Leone Alato.
Nel 1271, Marco Polo con il padre e lo zio, intraprese il viaggio “verso oriente”. Aprendo la via della seta.
Il 25 gennaio 1348, secondo quanto riportato dagli storici dell’epoca, Venezia venne colpita da un terremoto che, verosimilmente, ebbe l’epicentro in Friuli-Venezia Giulia. Subì ingenti danni – crollo di campanili, chiese e molte abitazioni – tale evento cataclismico, portò ad un’impennata dei prezzi di manovalanza e manodopera per i ripristini e le riedificazioni. Così, commercianti, artigiani: vetrai, fabbri, carpentieri navali e artisti, andarono arricchendosi con gli appalti delle varie committenze; private e pubbliche.
Nel 1348, Venezia, contava centoventimila abitanti. Città dal tessuto cosmopolita, ricca e fiorente per il commercio di seta e spezie. L’arrivo della Yersina pestis (Peste Nera), è riconducibile alla primavera di quell’anno. Dimezzando – morì circa il cinquanta per cento della popolazione – di fatto, gli abitanti della Repubblica marinara. Il flagello giunse in laguna con le galee di rientro da oriente. Dalla fervida e fiorente via serica. Sempre secondo fonti storiche coeve, è riportato che, i primi casi, furono registrati nei Sestieri di Castello e San Polo.
Si può attribuire ai veneziani la “medicina moderna”. furono loro a dare origine alla quarantena. Dapprima, confinando chi di rientro e chi in arrivo con un periodo di trenta giorni. Divenuto, poi, di quaranta. Creando, di fatto i primi Lazzaretti. Nell’isola di Sant’Erasmo, cautelativamente, allo scopo di isolamento precauzionale. E nell’isola di Santa Maria di Nazareth, dove venivano confinati i casi conclamati. I medici e gli uomini di scienza, si davano un gran da fare nel bruciare: ginepro, rosmarino e zolfo. Le fonti – nei resoconti contemporanei – raccontano che l’aria, oltre ad essere insalubre, era del tutto irrespirabile; prima di adottare tale rimedio. I morti, a mezzo di volontari, venivano caricati a spalle. Alla volta di Sant’Erasmo, San Martino e San Marco in Boccalama. Dove nei Campielli (aree verdi davanti le chiese), in fosse comuni – accatastandone i corpi uno sopra l’altro – con l’intento di cercare di mantenere ordine e dignità – ricevevano sepoltura. La conseguenza fu che i prezzi si impennarono ulteriormente – come a seguito del terremoto – svalutando, di fatto, i salari. Per i sopravvissuti, provenienti da altre città e nazioni, che prima di tale pandemia, avrebbero ottenuto la cittadinanza della città, dopo quindici anni; a seguito della peste, gli fu concessa in due. Inducendo ed incrementando un ripopolamento, grazie anche al “passaparola” – verso altri popoli – da parte dei residenti che, grazie ad un sistema postale organizzato, spedivano missive a congiunti ed amici. Spronandoli a cogliere tale opportunità.
Il 29 marzo 1516, “non a caso”, il Senato della Serenissima istituì il primo ghetto ebraico – dal veneto geto: fonderia – nella zona di Cannaregio.
Il 12 maggio 1797 – sotto Napoleone Bonaparte – il Grande Consiglio della Repubblica, riunendosi, decretò autonomamente la dissoluzione della Repubblica. Ponendo fine a mille e cento anni di autonomia indipendentista. Fu ceduta poi, lo stesso anno, all’impero austriaco.
Il 22 marzo 1848, a seguito della ribellione da parte dei veneziani, fu istituita la Repubblica di San Marco. Durata poco, in quanto gli austriaci tornarono alla carica.
Nel 1866 – in pieno risorgimento – fu liberata nuovamente, durante il conflitto austro-prussiano, e ceduta al nuovo Regno d’Italia.
Senza dimenticare che il popolo veneto (dal latino Venetia), ha origini ancor più antiche dei Romani, va considerato che, i Veneziani, hanno resistito a: pesti, invasioni, conquiste e dominazioni straniere.
Ergo, certamente, i Veneziani, non sono persone facili da soggiogare.
Emblematico – in veneziano – il “No stà combatar!”: evitare il contrasto. Essendo un popolo di esuli rifugiati e mercanti, potendo, evitano volentieri lo scontro. Certo è, come in tutte le cose, il rovescio medaglia c’è. Indubbiamente, in un Veneziano, è suggeribile non stimolare questo lato.

Dedicato a mio Padre, Singora “Rino” Dorigo.
Pollone, XXV. III. MMXXVI
Roberto Dorigo










