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articoli , recensioni , critiche


“L’Unione Sarda” – Cagliari

“La Nuova Sardegna” –  Sassari

“Il Quotidiano” –  Sassari

“La Repubblica” – Roma

“Meridiano Sud” – Bari

“Sardegna 1” – Cagliari

“Videolina” – Cagliari

“Tele Gi” –  Sassari

“Antenna 1” –  Sassari

Dal catalogo della 54° Biennale di Venezia – Padiglione Italia Torino- Palazzo Esposizioni – Sala Nervi (in via di pubblicazione- Aprile 2012)

“Laureato presso l’Accademia delle Belle Arti di Sassari, Marco Lay produce una pittura dall’intensa carica poetica e dal sentire armonico. La sua tavolozza di colori è di una cromia sempre delicata, anche quando il pennello si carica di colori dai toni scuri, la pennellata scarica sul supporto carezze dalla dolce armonia. La luce vela i paesaggi spesso raffigurati da Lay, come un velo d’organza posato su di una superficie, che coprendo la stessa, la rende ancor più carica di fascino e intensità. Le sue opere donano una quieta piacevolezza, in cui il tempo speso ad ammirarle genera la stasi temporale in cui nutrire di spiritualità la nostra anima. Forme, luci e colori, ritmati dal battito cardiaco di un sentimento universale, panico, in cui i sensi si risvegliano o all’unisono si placano, calmierati dalla leggera delicatezza di una poesia resa in segni anziché parole, ma che dialoga al fruitore come fosse musica rasserenante e avvolgente, da cui farsi cullare e in cui regredire in una visione di pace ancestrale, in sintonia con il Tutto primitivo, come ritrovassimo il perduto Paradiso Terrestre.”

Dott.ssa Renata Panizzieri Lanza
(Storica dell’Arte – Critica d’Arte)

Dal quotidiano “La Nuova Sardegna” sulla collettiva al Convento di S. Maria – 1998:

…..Nutrito anche il curriculum di Marco Lay che dopo una fase di ricerca geometrica che vivrà come necessaria palestra per le ultime scelte artistiche, ci regala suggestivi paesaggi dipinti in loco dove luci e ombre si alternano con un garbo cromatico rasserenante, chiuso, nei primi piani da veri e propri reticolati arborei che proteggono e custodiscono col forte azzurro predominante quella fetta di mondo sereno che il grandangolo della capacità pittorica ha colto e riprodotto…

Dal catalogo della mostra collettiva al TEATRO  CIVICO “Centro in arte” – 1999:

“Guarda alla lezione Cèzanniana e all’eredità del neoimpressionismo, puntando al frazionamento del tessuto cromatico per creare equilibri compositivi e pungenti effetti luministici.”

Nicolò Masia
(Preside Istituto d’Arte di Sassari)

”…Da un assolo musicale di forte violenza ritmica, in una sorta di compiacenza cromatica, nelle ultime opere la musica si è fatta più scorrevole raggiungendo tonalità più pacate. Tutto ora è più intenso e pastoso: il colore più fluido scorre con musicalità, senza interruzioni componendo pagine di ottima pittura.”

Piero Artudi Lucidori                                                                                                       (Docente Istituto d’Arte di Sassari)

”…Nei suoi quadri il paesaggio, osservato per scorci che ne esaltano la profondità, si traduce in un fine tratteggio di colori che restituiscono le diverse quantità di luce…”

Marco Noce
(Giornalista e Critico d’arte)

”…La sua maniera, tipicamente pittorica, rappresenta coerentemente il suo vissuto e documenta l’esperienza e la cultura di un “periodo storico” non ampiamente noto: gli anni ‘70…”

Giancarlo Catta
(Docente Ist. d’Arte di Sassari)

……Ed è così che incontriamo Marco Lay, che l’Istituto d’Arte ha diplomato grafico e pittore, che ci propone un’ampia e significativa antologia della sua produzione.

All’interno di quel processo d’interiorizzazione che sfuma i contorni e vela la lezione fondamentale, ci attrae particolarmente questa stagione dei blu che costituisce in parte una novità rispetto alle scelte delle precedenti tavolozze.

Non sai se il segno affonda nella terra o nell’acqua, appare quasi galleggiare in una dimensione tonale dove il respiro del silenzio accompagna la morbidezza dei tagli in un pacato e lento scivolamento.

Non sai se verso il basso, nel baratro che inghiotte il mistero della vita o verso l’alto, dove la quiete del tratto e la fluidità della pennellata distendono il pensiero in una rassicurante armonia.

Se di realismo si tratta, ha certo una valenza magica che imprigiona formule di segrete alchimie d’emozioni senza tempo.

Se c’è un punto focale, ti sfugge, inghiottito, nel movimento dello sguardo, dalla multidimensionalità delle porzioni pittoriche.

Impressioni d’ambienti dove il nuovo e l’antico convivono in convincenti giochi cromatici con un’armonia cosmica di misterioso stupore.

Plasticismo e lirismo non hanno linee di demarcazione nei volti senza sguardo che suggeriscono resurrezione o morte, una lettura di rinascita o l’assenza dell’arrivo.

Ricerca materica: bene o male, inizio o fine, verità o inganno, così per altri paesaggi dove la tecnica contribuisce a fondere e a confondere le emozioni, umanizzando il contesto e favorendo una chiave di lettura complessa e affascinante.

Come nei particolari studi di tonalità cromatica che giocano con i colori complementari del verde, del giallo e del blu.

Motivo costante, o quasi: deserto di presenze umane, solo ombre nel paesaggio notturno, isolate, solitarie e sfumate, che parlano, o meglio sussurrano con una gestualità appena suggerita.

Mi piace chiudere le riflessioni sulle opere di quest’artista ricercandolo ancora nello sguardo enigmatico di una fanciulla senza tempo, rivisitata nel contesto grafico, dietro un reticolato che ne intrappola l’anima e il pensiero. i colori sono tenui, le linee dolcemente definite, un’apertura a lato può dirci niente o tutto.

Fermiamoci e liberiamoci dai nostri reticolati: forse riusciremo a risolvere l’enigma della Sfinge…..

Maria Isa Sarullo
(Umanista e critico d’arte)

“La Nuova Sardegna” sulla mostra “Impressioni” alla Torre di Sulis ad Alghero – 2000:

Sarà inaugurata, presenti le autorità cittadine e diversi esponenti del mondo culturale, la mostra di pittura dal titolo “Impressioni” dell’artista sassarese Marco Lay.

La sede dell’avvenimento è la prestigiosa Torre medievale di Sulis situata nell’omonima piazza ad Alghero.

La mostra personale di Lay, che allunga la stagione delle esposizioni pittoriche, ha come contenuti la ricerca grafica dell’artista e i panorami visti con sentimento cromatico e partecipe della Sardegna…

…si conclude nella Torre di Sulis la mostra personale di Marco Lay, dal titolo “Impressioni”.

L’esposizione ha riscosso un largo successo di partecipazione a conferma della validità delle opere esposte…

Dal catalogo “Quadri di una esposizione” – Personale al Palazzo Provinciale – 2002:

Marco Lay ha coltivato la sua predisposizione per la pittura attraverso gli studi dell’Istituto D’Arte e in seguito ha sperimentato vari linguaggi curando nel contempo l’insegnamento nella scuola come docente.

Lo studio lo ha aperto tanto alle avanguardie, quanto alla tradizione dell’arte della Sardegna. La capacità di contemperare questi due influssi è stata per lui una scelta né semplice né facile ma un percorso faticoso, nel quale ha misurato la propria crescita formativa in questo campo.

Le opere prescelte per l’attuale esposizione sono connotate sia da influssi discendenti da una rilettura di Cézanne, sia dall’interpretazione del concetto del “tondo” o meglio della gemma pendula presente nelle chiese isolane che posseggono reminiscenze delle maniere gotiche-catalane e aragonesi.”Chi ha amato Cézanne, non sa abbandonarlo più” – sostiene Marco Lay – “Cézanne ti entra nello spirito, ti imprigiona e condiziona senza permetterti di liberartene mai completamente”. Nel commentare un simile legame con il pittore francese, Lay non cela d’aver provato grande fascinazione per l’artista, non disgiunta da un condizionato larvale.

In fondo il pittore sassarese ha risentito la forza emanata dalla sensibilità, dalla capacità di riflessione e dal vigore del portato dello stile di Cézanne e, non volendo essere un  pedissequo continuatore della sua lezione, ha tramutato il perfetto equilibrio di quello, fra stabilità e movimento, nonché tra accordo e contrasto, in nuove sintesi e visioni personali del paesaggio e delle cose.

Marco Lay ha scompaginato la rappresentazione prospettica tradizionale per vedute spoglie, scorticate e tenebrose. La sua tavolozza non appare luminosa ma imbevuta di tinte cupe, bluastre e terrose: In questo aspetto Lay si è distanziato dal suo ispiratore ed è scivolato in toni privi di semplice spontaneità naturale.

Se talvolta si è veduto nei dipinti di Cézanne un colore agro, povero e brutale, in Lay si coglie un intento all’astratto, una fitta scrittura di segni dove il paesaggio scompare per assumere un carattere inquieto, adombrato talvolta di inquietudine.

Nel riproporre il “tondo” si ha l’impressione che egli abbia risentito ancora di talune discendenze Cézanniane, con rimandi, per quanto vaghi, alla natura morta del maestro francese. La frutta è infatti rappresentata in un campo conchiuso, serratamene disposta con consistenza materiale che suggerisce una simbologia propria, del tutto estranea a quella eventualmente riscontrabile nel maestro francese.

Nei tondi di Lay si ravvisano, alla lontana, riverberazioni alle figurette intagliate, con fare popolareggiante, alla maniera dei piccapietre del Quattro e Cinquecento in ambito locale.

presunti Santi o Madonne di quel tempo passato, posti nelle gemme all’incrocio delle volte a crociera, si trasformano in sagome non ben definite, come corrose dal tempo. L’intendimento è forse di rammentare un passato che non può tornare e una cultura che non può essere più la stessa.

Se il tondo in epoca rinascimentale dava occasione di proporre immagini clipeate e in epoca barocca aveva funzione di ritratto nei monumenti funebri, oggi conserva il valore di contenuti da non trascurare, di elementi da riconsiderare al fine di non banalizzare ciò che ci circonda.

Si tratta di un valore che va ricercato filologicamente nell’impianto iconografico del lontano passato troppo spesso dimenticato nella contingenza del presente.
Wally Paris

(Soprintendenza B.A.A.A.S. di SS e NU)

Dal quotidiano “La Nuova Sardegna” sulla mostra “Quadri di una esposizione” al Palazzo della Provincia- 2002:

….al Palazzo della provincia riscuote un grande successo la personale di Marco Lay “Quadri di una esposizione”. Lo studio delle opere evidenzia in Marco Lay sia una ricerca condotta nell’ambito delle avanguardie, sia ad una analisi all’interno della tradizione pittorica della Sardegna….
Dal catalogo della mostra a S.Maria Di Betlem 2003:
VISIONE URBANA

Per entrare nello spirito delle opere presentate da Marco Lay,  i rimandi riconducono al lontano vedutismo settecentesco, rivisitato in chiave  moderna, e ad un personale concetto di realtà  geografico-urbanistica attuale, da lui  espresso con un linguaggio da inscriversi ancora nel Figurativismo.

Il tema predominante è la visione di  centri della Sardegna come Alghero, Ovodda, Porto Torres, Castelsardo, Sassari, Putifigari, Cuglieri, Arborea e altri.

In queste immagini   prevale  una fitta rete di edifici che coprono tutto il campo visivo, con brevi scorci di cielo.

Si tratta di  una   lettura morfologica dell’insediamento senza una individuazione particolare né della pianta, né nel suo asse  stradale generatore, né delle direttrici naturali, né dei monumenti rievocanti la storia passata.

In questi  dipinti si coglie un organismo urbano  privo di  caratteri interiori, con peculiarità esteriori che differenziano vagamente  un ambito dall’altro, in un processo di

omologazione non casuale: un modo di  costruire  la “fisionomia” dell’abitato con un intendimento simbolico, il quale sottintende di ciò che appartiene oggi ad una  realtà urbana.

Nell’accostamento serrato degli edifici, spesso segnati da note di decadimento fisico,  si potrebbe trovare uno studio sulla globalità di un organismo con aspetti non scevri da cristallizzazioni e da dinamiche  negative.

Questa impostazione,  foriera  di un’eventuale ricerca spaziale, fa intendere il porsi di fronte all’arte della scelta di  vari corpi edificati e della loro dinamica successione in  un modo nuovo.

Per il pittore si tratta di giochi predisposti in modo da ottenere significati ed emozioni atti  a trasformare un abitato  con componenti  che mutano l’ambiente talvolta con toni  non privi di una certa sottile drammaticità.

Una successione emozionale che fa scoprire il senso profondo  dei rapporti spaziali e  la consapevolezza  di un rapporto  personale dell’artista con l’ambiente, con    l’uso dello spazio in un’esperienza  plastica particolare  utilizzando  diaframmi, suddivisioni, interruzioni  ondulazioni, strettoie, collegamenti e cambiamenti di livello.

Il contenuto di  simili complessi urbanistici,  intrisi di significato emozionale, gli elementi  materiali costruttivi, come il colore,  sono usati  in combinazioni   riproducenti effetti di immediatezza, intimità e mistero.

Nella serie dei dipinti dedicati ai “Candelieri”, Marco Lay  richiama la forte  tradizione popolare, che si manifesta ancora oggi  in chiave  corale, secondo rituali immutati nel tempo. Sono questi rituali  rispettosi della tradizione, nei quali gli abitanti riacquistano la  coscienza collettiva, un sentire e un reagire che rinsalda la loro identità.

Nel contempo queste feste appagano la ricerca di  spettacolarità voluta anche da coloro che, pur non appartenendo alla medesima fonte culturale,  si compiacciono della sua esaltante veste esteriore.

Wally Paris

Nella cornice storica del Convento dei Frati Minori di Santa Maria di Betlem, cuore delle antiche tradizioni cittadine alle soglie della Festa Manna, si apre la collettiva di pittura “Sassari Arte Estate” degli artisti Marco Lay, Dario Madarese e Turi Spada, cittadini di questa Sassari che si scopre così profondamente legata all’arte.     E tali sono Lay, Madarese e Spada formatisi nelle scuole sassaresi e nei ricchi percorsi della loro ricerca interiore, nella quale hanno saputo far crescere lo spirito che anima l’arte delle creazioni prodotte negli anni.

….Marco Lay, con la sua “Visione Urbana”, mostra il suo voler guardare e lo stesso voler sentire ogni singolo componente d’ogni luogo ritratto, al quale affida i più profondi significati emozionali. Non manca l’omaggio ai Candelieri, espresso nelle tele dove forte è la componente tradizionale e popolare….

L’Amministrazione Comunale rende omaggio all’arte anche attraverso le opere degli artisti, nei quali possiamo scoprire l’universalità di un linguaggio comune lo stesso che di colore ricopre ogni comunità.

Dott. Giovanni Fadda                                                                                        (ASSESSORE ALLA CULTURA DEL COMUNE DI SASSARI)

Dal catalogo della mostra al Palazzo della Provincia “L’Arte del Paesaggio” – 2004:

ORIZZONTI

E’ un costante viaggio nella pittura che si coglie nei lavori di Marco Lay.                                Il suo guardare, infatti è l’approssimarsi delle atmosfere visitate con la curiosità compositiva e descrittiva di chi ama dipingere, così il pennello ed il colore sono gli strumenti con cui gli orizzonti e le forme parlano delle loro poesie.

Si attinge la luce per portare lo sguardo verso un cammino introspettivo, non si scappa dal paesaggio ma attraverso il paesaggio stesso si aprono squarci  nella e sulla nostra intimità.

Attorno ad una natura sempre più circondata, Marco Lay, ci pone davanti il nostro essere solitari e soli di fronte al pensare e all’agire, dimensioni, che oggi vengono sempre più contaminate, come la natura, dal rumore e dal frastuono del “consumare”.

Tornano così contemporanee, nei lavori presentati, le freschezze impressioniste, non è lontana la costa francese, ma è ben presente nel suo discorrere pittorico in Marco Lay, tutto il cromatismo della terra di Sardegna dove nuota e respira la visione pittorica dell’artista.

Giorgio Cattani                                                                                                              Docente di Tecniche Pittoriche                                                                                    (Accademia Belle Arti Di Sassari)

CONSIDERAZIONI

Tra le cose più importanti che concorrono alla creazione artistica è la volontà.                   Questa  forza da il meglio di sé  se combinata con la concentrazione e l’intuito, doti che Marco Lay sta sempre più affinando nel suo procedere artistico, attraverso un atto di fede nella realtà e di come questa può essere rappresentata.

Nei suoi studi sul paesaggio si intravede una feconda alchimia  che  è un auspicio  felice per quello che dovrà  avvenire.

Gianluca Ciccone                                                                                                          Titolare Cattedra di Pittura                                                                                      (Accademia Di Belle Arti di Sassari)

Dal quotidiano “La Nuova Sardegna” sulla mostra al Palazzo della Provincia “L’Arte del Paesaggio” – 2004:

…. È in corso al Palazzo della Provincia di Sassari una personale del Pittore Marco lay, intitolata “L’Arte del Paesaggio”, le splendide opere esposte sono tutte a tema paesaggistico, realizzate con tecnica ad olio, acrilico e tempera, e rappresentano vedute e paesi della nostra isola, si potranno ammirare impressioni e colori interpretati con maestria e sentimento…

Dal catalogo della mostra al Palazzo della Frumentaria “Pensieri e Racconti” – 2005:

La produzione di Marco Lay è un esempio di continuo rinnovamento   sul tema del paesaggio con un linguaggio volto ad una sintesi tra la tradizione figurativa e la ricerca imperniata principalmente sul colore-emozione.

Affrontare il paesaggio, e non solo in pittura, richiede un processo nel quale si fondono visione e creatività, oltre all’analisi di gradazioni percettive  personali  riguardanti la lontananza e la luce. Per lo studioso G. Simmel  queste  diverse percezioni si riuniscono in un registro variabile di tonalità psichiche  che procedono dal mondo  delle emozioni a quello delle arti[i].  Quindi, al di là del pittore, chiunque comprende e interpreta  il paesaggio  come parte dalla sua formazione  dell’immagine del mondo.

Nella trama delle forme, il paesaggio, soprattutto per un artista, esprime una realtà appartenente sia alla vita umana reale, sia a quella che può essere cambiata. E, ritornando a citare Simmel, la natura è da considerare l’infinita connessione delle cose e l’ininterrotta nascita e distruzione delle forme espresse nella continuità dell’esistenza temporale e spaziale.

Per lo studioso Assunto, la rivoluzione ottica  legittima  una critica del paesaggio parallela alla critica d’arte e, in questa prospettiva, l’uomo diventa artista già quando entra  nel disegno della contemplazione e dell’ immaginazione[ii]. Il paesaggio può essere inoltre il risultato dell’arte e l’effetto del fare, dell’agire e del sentire dell’uomo attraverso  la libertà.

Volendo poi apportare una riflessione filosofica sul paesaggio, si è indotti a intenderlo sotto il profilo dell’estetica; ovvero come frutto di risultati di civiltà e d’arte e allo stesso tempo della storia, della cultura e dell’educazione, lungo un percorso  che dalla Grecia antica arriva fino ai nostri giorni. Si aggiunga l’invito ad imparare dalla natura  che conduce  ad avvertire intorno a noi  trasformazioni inaspettate, scoperte   richiedenti  un esercizio dello sguardo allenato  a percepire e  a distinguere.  Quello del paesaggio   è uno studio  fatto di dedizione  intriso di malinconia e nostalgia, come avveniva  per gli studiosi e i filosofi del Settecento.

LE FONTI LETTERARIE

Per Marco Lay, fonte di ispirazione letteraria  per la realizzazione delle  vedute della campagna, delle marine e delle presenze architettoniche nel verde è prevalentemente la poesia di Leopardi.  Egli ne muta il rapporto di sensibilità, poiché per Leopardi l’ufficio della poesia è quello  di imitare la natura e in questa  imitazione si tende a simulare e a fingere. Così facendo  si: “porta  a consapevolezza la mistificazione universale” si esibiscono  gli inganni  ai quali sottostà tutto il vivente” e si percepisce la verità nell’apparenza.  In fondo  la “suprema ironia della poesia  [è quella] che illudendo e mentendo raggiunge la verità al di là della verità stessa. Ossia non là  dove la verità è identica a se stessa, pura autotrasparenza del non essere di tutte le  cose che sono, ma  dove la verità è sempre altra da sé, figlia del divenire, della metamorfosi e insomma, come la poesia, del nulla”[iii].

Secondo Marco Lay anche il pittore può operare  come S. Givone giudica la poesia del recanatese, ovvero con il proprio lessico, quando ne condivide gli intendimenti. Inoltre  il pittore sassarese non trascura neppure il pensiero di Heidegger, per il quale nell’arte: “la verità è non verità[…] l’arte è il divenire e lo storicizzarsi della verità. La verità sorge dunque dal nulla? Sì, se  per nulla s’intende  la pura negazione  dell’ente”[iv] , il quale,   in senso filosofico, è ciò che è  in uno dei qualsiasi significati esistenziali di essere.

Marco Lay   riflette soprattutto sul paradosso alla base della concezione  leopardiana  riguardante la realtà  del soggetto e dell’oggetto,  in quanto   coincidono sia il nulla e  il nulla sia fatto  di  materia e abbia un corpo. Non a caso scrive Leopardi nello Zibaldone in merito a quello “nulla”: “Io ero spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla”[v].

Per contro Marco Lay non trascura  l’antitesi rousseauiana tra natura e ragione, tendendo  la prima  alla felicità e la seconda alla sua distruzione;  la natura diventa così il regno  del “bello”, della poesia e delle care illusioni, mentre la ragione è portatrice del “vero” che  inaridisce la poesia e dissolve i sogni e gli “ameni inganni”. Questa antinomia tra poesia-filosofia  si traduce in quella tra “poesia immaginazione” e “poesia sentimentale”,  che trovano Leopardi propenso a giudicare  poesia autentica  soltanto la prima, perché è prodotta dalla fantasia creatrice di miti. Sulla seconda,  il poeta aveva molte riserve riconoscendole qualità peculiari  dei moderni,   ma ignote agli antichi.

Non si può prescindere dal soffermare l’attenzione  sul senso “sentimentale” dei romantici poiché ebbe grandi riflessi anche in pittura;  per Leopardi   rimase invece soltanto una dolorosa necessità e una sorta di  rinuncia alla vera  poesia, per  l’eccesso  e l’ostentazione dei sentimenti e delle passioni. Infatti    Leopardi  non provava simpatia né per l’orrido, né per il macabro, né per una rappresentazione  realistica “oggettiva” con intenti sociali:  simili tendenze si riscontrano nella produzione di Marco Lay.

Nelle  opere, quest’ultimo  si richiama anche  a  Schiller per :” il sentimento che ci affeziona alla natura  vicinissimo al sentimento per il quale ci lamentiamo della fuggita l’infanzia e dell’innocenza infantile. La nostra infanzia è l’unica natura non  ancora mutilata, che possiamo riscontrare nella nostra umanità civilizzata”[vi].

Riprendendo la disamina delle fonti nella pittura del pittore, riscontriamo altresì riverberi leopardiani  nel genere delle “visioni” desunte  da ascendenze petrarchesche, con una serie di “quadri” staccati, dai quali trae il soggetto calato totalmente nel paesaggio assolato e silenzioso dell’ora meridiana, fino a confondersi nella “quiete antica” e “co’ silenzi del loco”. Sensazioni tutte Marco Lay  rielabora e traduce nelle tele con  un particolare linguaggio.

In questa ricerca di possibili  parallelismi non  si può tralasciare l’apporto dell’Infinito, quale luogo della meditazione,   individuato  attraverso la presenza del colle e della siepe. Il colle divenuto  mitico, in virtù dell’aggettivo “ermo”,  isola il poeta dal contesto che lo circonda e lo  innalza al di sopra della descrizione. Analizzando questo sentimento  dell’infinito  si avverte tutta la  suggestione dello  spazio e del tempo e delle presenze  limitative  della siepe:  siepe che “da tanta

parte/dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, nonché dallo stornire del vento tra le piante che con l’ “infinito silenzio” rinvia  il pensiero del poeta  alle “morte stagioni” e a quella  “presente/e viva”.

Nello Zibaldone Leopardi  scriveva:

“L’infinità della inclinazione dell’uomo al piacere è un’infinità materiale, e non se ne può dedur nulla di grande o d’infinito in favore dell’anima umana, più di quello che si possa in favore bruti [animali] nei quali è naturale ch’esista lo stesso  amore  e nello stesso grado, essendo congruenza immediata e necessaria l’amor proprio […] Quindi nulla si può dedurre in questo particolare dall’inclinazione dell’uomo all’infinito, e dal sentimento della nullità delle cose”[vii].

Nell’ affrontare la lettura delle immagini dei paesaggi di Marco Lay si  coglie la fascinazione non solo dei contenuti della poesia  l’Infinito,  ma anche Alla Primavera. Quest’ultima ampliare il significato  idillico-stagionale e introduce l’equivalenza  primavera-mito, tanto da chiedersi:  “Vivi tu, vivi, o santa /natura? Vivi e il dessueto orecchio della materna voce il suono accoglie?”

I DIPINTI

Nell’esaminare il dipinto dedicato ad Ittireddu, un acrilico su tela,  si nota in primo piano una siepe,  oltre la quale lo sguardo si perde  nella contemplazione di un cielo  percorso da nubi. Queste sono screziate di tinte rispecchianti quelle del groviglio di arbusti dominanti l’impianto compositivo.

Lo stesso tema è ripreso in Pensieri e Racconti, ma con maggiori sfaldamenti  nel definire le siepi o nel trasmettere il degradare del paesaggio in valli, come appare in Versanti.   Ivi cupe tonalità,  interrotte qua e là da accensioni di colore e  sprazzi di note calde al limitare di un cielo  violaceo, creano un’atmosfera suggestiva.

La tela dedicata alle Ninfee riconduce a quel “Vivi Tu, vivi, o santa/natura?”: un’immagine costruita con  pennellate   rapide stese su un fondo verdastro, il quale infonde la sensazione dell’acquitrino immobile e lucente nell’avanzare della primavera. Sul tema della contemplazione del sito palustre,  Marco Lay  ripropone altre varianti;  la presenza degli acquitrini  è palese tanto in  Quiete  quanto  ne Il Poeta.

In quest’ultima tempera su tela non si può ignorare un rispecchiamento del pittore nei  pensieri dello Zibaldone: “l’anima  si immagina quello che non vede […]va errando in uno spazio immaginario e si figura cose che non potrebbe […]perché il reale escluderebbe l’immaginario”.

Poiché alcuni dipinti trasmetto particolari sentimenti, si ritiene un riavvicinamento  ai versi dedicati dal poeta a La Primavera :

“Vissero i fiori e l’erbe,/vissero i boschi un dì Coscie le molli/aure, le nubi e la titania lampa/ fur dell’umana gente, allor che ignuda te per piagge e i colli,/ciprigna luce, alla deserta notte/con gli occhi intenti il viator seguendo,/ te  compagna alla via, te de’ mortali/pensosa immaginò”.

In molte altre opere  Marco Lay si abbandona ad un ripensamento al sopraggiungere della primavera, come fosse un motivo psicologico nel quale si intrecciano il rimpianto di fantasticherie antiche e fanciullesche. In questi dipinti l’immaginazione trasporta il pittore a passaggi di tinte evanescenti, ove tutto si confonde e le  pianure e gli altipiani si fondono insieme, distinti soltanto da indefinibili luminescenze. Talvolta egli crea vortici di luci e di colori che sembrano   travolti da una forza centripeta, talaltra da  una luce che serpeggia sui crinali  e ondeggia fra le nubi.

La natura espressa  dall’artista ha comunque un tocco dove si percepisce un vago tormento, come fosse una sorta di malinconia perenne che domina ogni suo aspetto; anche in questo caso il rimando va a Leopardi:

“L’origine del sentimento profondo dell’infelicità, ossia lo sviluppo di quella che si chiama sensibilità. Ordinariamente procede dalla mancanza o perdita delle grandi e vive illusioni; e infatti l’espressione di questo sentimento, comparve nel Lazio col mezzo di Virgilio, appunto nel tempo che le grandi e vive illusioni erano svanite pel privato romano che n’era vissuto sì lungo tempo, e la vita e le cose pubbliche avevano preso l’andamento dell’ordine e della monotonia. La sensibilità che si trova nei giovani ancora inesperti del mondo e dei mali, sebbene tinto di malinconia, è diverso da questo sentimento, e promette e dà a chi lo prova, non dolore ma piacere e felicità”[viii].

In merito ad una  più specifica allusione alla malinconia, così scrive sempre il poeta nello Zibaldone:

“La sensibilità era negli antichi in potenza, ma non  in  atto come in  noi, e però una facoltà naturalissima […], ma è cosa  provata che le diverse circostanze sviluppano le diverse facoltà naturali dell’anima,  che restano nascoste e inoperose mancando quelle tali circostanze, fisiche, politiche, morali, e soprattutto, nel  nostro caso, intellettuali, giacché lo sviluppo del sentimento e della malinconia, è venuto soprattutto dal progresso della filosofia, e della cognizione dell’uomo, e del mondo, e della vanità delle cose, e della felicità umana, cognizione che produce appunto questa infelicità, che in natura non dovevamo mai conoscere”[ix].

In determinati dipinti la natura è spesso legata all’immagine di strutture architettoniche; si vedano  Aggius, Il cancello,  Non mi ricordo, Siligo e altri. Sono questi paesi, villaggi e luoghi che appartengono al nostro patrimonio di viaggiatori  riveduti attraverso un’interpretazione libera. Si tratta di raffigurazioni  nelle quali gli effetti  dei vari elementi, mescolati insieme,  attestano la relazione tra architettura e natura   estrinsecata nella nozione di villaggio nel paesaggio. Ciò fa riflettere sulla parola paesaggio, la quale illustra la presenza dell’uomo e porta con sé i segni dell’antropizzazione della terra. Tali immagini fanno intuire l’importanza  della veduta e di un’area alla quale  attribuire un particolare valore estetico.

Osservare il paesaggio, non solo in pittura, fa parte dell’esperienza estetica perché si impara a sentire e interagire con l’ambiente e l’occasione offre   un breve stralcio dei  sentimenti di Van Gogh di fronte al paesaggio in una lettera del 1882:

“Vedo che la natura mi parla, mi dice qualcosa come se stenografassi. In questa stenografia possono esserci parole indecifrabili, errore o lacune, ma qualcosa è rimasto di ciò  che hanno detto quel bosco o quella spiaggia o quella figura”[x].

CONCLUSIONI

Nelle opere esposte in questa mostra il pensiero va alla concezione  dell’estetica del paesaggio, la quale trova una risposta in relazione al giudizio del gusto che ha per oggetto al natura, l’esperienza dei sensi, l’artificio l’’imitazione, l’immaginazione e la libertà.

Alla base di questa critica del guardare vi sono i presupposti innestati già nel Settecento, in un intreccio sistematico entro il quale si pone lo spettro categoriale della bellezza, della grazia, del sensibile, del pittoresco e, ai nostri giorni, a una visione che trascende quei primi presupposti.

Nel quadro dei modelli definiti storico-stilistici e sotto l’influenza delle diverse maniere  d’entrare nello spirito delle cose della natura, queste idee favoriscono l’istituzione  di una rinnovata estetica del paesaggio.

Rimane comunque sempre la consapevolezza che in ogni luogo della terra l’uomo ha la libertà  di esprimersi come meglio gli detta la sua sensibilità e le immagini che vive siano pervase di allegorie, di simboli o di proiezioni filtrate attraverso i sensi e la ragione.

Wally Paris

[i] G. SIMMEL,  Die Ruine, trad. ital., a cura di G. Carchia in “Rivista di estetica” n. 21, 1981, pp.121-127.

[ii] R. ASSUNTO, Introduzione all’estetica del paesaggio, in “De Nomine”, n. 5-6

[iii] S. GIVONE, Uno sguardo dal nulla, in Storia del nulla, Roma-Bari, 1995, pp.139-40.

[iv] M. HEIDEGGER, Sentieri interrotti, Firenze 1973, pp.45-55 ( trad. ital.)

[v] G. LEOPARDI, Zibaldone, 85; cfr. la lettera a Pietro Giordani del 6 marzo 1820: “ perché questa è la miserabile condizione dell’uomo, e il barbaro insegnamento della ragione, che i piaceri e i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla certezza della nullità delle cose, sia sempre e voglio che deriva  dalla certezza della nullità delle cose, sia sempre  e solamente giusto e vero. E se bene regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento di questa nullità, finirebbe il mondo e  giustamente saremmo chiamati pazzi, a ogni modo è formalmente certo  che questa sarebe una pazzia ragionevole per ogni verso, anzi che a petto su tutte le saviezze sarebbero pazzie, giacché tutto a questo mondo si fa per la semplice e continua dimenticanza di quella verità universale, che tutto è nulla”.

[vi] F. SCHILLER, Sulla poesia ingenua e sentimentale, Roma, 1981, p. 41 (trad. tal.).

[vii] G. LEOPARDI, Zibaldone, 179-181 (12-13 luglio 1820).

[viii] Ibidem,  232 (6 settembre 1820).

[ix] Ibidem, 78-79 (27 dicembre 1829).

[x]V. VAN GOGH,  Tutte le lettere, 3 voll., a cura di M.Convito e B. Casavecchia, Milano,

1959 (trad. ital.) , lett. n. 228.

Dal quotidiano “La Nuova Sardegna” sulla mostra al Palazzo della Frumentaria

“Pensieri e Racconti” di – 09/09/2005:

“Marco Lay, un impressionismo velato di poesia”

Il suo modello è Cèzanne. Come il grande artista francese, che rifuggiva le convenzioni accademiche della pittura ufficiale, anche Marco Lay considera la luce e il colore i mezzi più adatti a esprimere la natura che lo circonda. Anch’egli ama i colori intensi e forti che, fedele alla lezione impressionista, applica separatamente con pennellate rapide e succose per riprodurre i riflessi baluginanti delle scene all’aria aperta.

Il suo amore per il paesaggio, che egli presenta privo quasi del tutto di presenze umane, è immenso. Lo attrae quello inglese, così dolce e romantico, ma ovviamente ama le straordinarie vedute che offre la sua terra, così come lo affascinano i fenomeni della natura: il fulmine che squarcia le nubi, il fuoco che divora, la nebbia che copre ogni cosa. Un paesaggista completo e convinto, dunque, questo artista che trae ispirazione anche dalla poesia, soprattutto dalle liriche del Leopardi, che lo inducono a riflessioni profonde.

Importantissimo, tuttavia, nella sua pittura resta il colore, che egli fraziona e scompone ottenendo riflessi e riverberi che danno un taglio compositivo variamente interpretabile, così che le ombre che si allungano dalle colline, i bagliori del fuoco, la luce che gioca tra gli alberi danno sensazioni diverse a seconda del punto da cui li osservi.

Paesaggio, colore, emozioni: sono questi, dunque, i cardini della pittura di Marco Lay. E’ la Sardegna, con la sua natura irripetibile, è la palestra che da modo al suo pennello di scorrere veloce e con musicalità. Sensazione,  questa, che si potrà cogliere visitando la Mostra intitolata “Pensieri e Racconti” nelle sale museali del Palazzo della Frumentaria, un occasione che chi ama l’arte non può permettersi di perdere.

Dott. Tonino Meloni
(Giornalista e critico d’arte)

“La Nuova Sardegna” sulla mostra al Palazzo della Frumentaria “Pensieri e Racconti” – 16/09/2005:

“Successo di Marco Lay alla Frumentaria”

…Alla Frumentaria sta riscuotendo successo la mostra di Marco Lay, pittore impressionista che presenta una serie di splendidi paesaggi della sua isola, esaltati dalla luce e dal colore che egli fraziona e scompone ottenendo riflessi e riverberi carichi di poesia…

“La Nuova Sardegna” sulla mostra al Palazzo della Frumentaria “Pensieri e Racconti” – 23/09/2005:

…si conclude la personale di pittura di  Marco Lay che comprende una serie di splendidi paesaggi della Sardegna, un isola piena di luce e colori, che bene si presta, alla pittura di un artista che interpreta perfettamente i canoni dell’impressionismo. La mostra alla Frumentaria ha raccolto i consensi della critica e dei visitatori più attenti…

Cartolina annullata – primo giorno di emissione

Opera pubblicata su rivista Sanremo Arte 2000 – Marzo 2011

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